Servirebbe la polis

Sul tavolo, tra la posta del mattino, è arrivato anche Il Campanile di Mastella. Il che gli strappa quella sua ghignata bassa e breve, che sembra un colpo di tosse: “Ma guarda, esce ancora…”. Di suo, ha in uscita anche un “libriccino”, per Rizzoli, un’intervista sui vecchi tempi. Ma sentirsi definire “Uno strano democristiano”, come da titolo dell’editore, non gli garba e non ne è convinto: “Strano perché, poi?”. Era un democristiano tutto intero, lui. Il passato non gli interessa, se è un tentativo “postmoderno” di mettere insieme i detriti.
15 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 22:44
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Sul tavolo, tra la posta del mattino, è arrivato anche Il Campanile di Mastella. Il che gli strappa quella sua ghignata bassa e breve, che sembra un colpo di tosse: “Ma guarda, esce ancora…”. Di suo, ha in uscita anche un “libriccino”, per Rizzoli, un’intervista sui vecchi tempi. Ma sentirsi definire “Uno strano democristiano”, come da titolo dell’editore, non gli garba e non ne è convinto: “Strano perché, poi?”. Era un democristiano tutto intero, lui. Il passato non gli interessa, se è un tentativo “postmoderno” di mettere insieme i detriti. E anche certi sottoinsiemi del presente, creati a tavolino per ridistribuire quello che era semplicemente “l’esperienza del cattolicesimo politico”, lo lasciano perplesso: “Non sono né un cattolico minorenne, né adulto. Sono solo un cattolico vecchio”. Che per lui vuol dire un vecchio cattolico, che stava in politica come nel bene e nel male facevano i dc di una volta: “Non metto mai in discussione quello che la chiesa dice o fa. Ma poi la responsabilità delle scelte e delle azioni è mia”. Così venire a trovare Mino Martinazzoli nello studio d’avvocato che ancora tiene a Brescia, non è un gioco della nostalgia, ma l’occasione per gettare uno sguardo – intelligente, eccentrico – sulla “temperie attuale” del rapporto tra cattolici e politica, tornato burrascoso nelle ultime settimane, e problematico su entrambi i fronti del bradisismico sistema politico italiano.
“La mia convinzione, per dirla alla maniera di Spadolini, è che il Tevere sia un po’ più largo”.

Si aggiusta sulla poltrona e prosegue, come se sondasse una palude: “Vorrei cercare di chiarirle il punto di vista che vado maturando, e che va oltre questa vicenda. Sta entrando in crisi quella che è stata la bussola di questi quindici anni dopo la fine della Dc: la possibilità di sperimentare una valenza del cattolicesimo politico, indipendentemente dalla presenza sul terreno di un partito politico cattolico, decifrabile in quanto tale. A me pare che la chiusura di questo ciclo, di questo esperimento, stia determinando, come suo risultato, un fatto: che i rapporti tra cattolicesimo e politica in Italia sono sempre più rapporti ‘tra potenza e potenza’. Ma che sempre più manchi sul campo un soggetto in grado di proporre e realizzare una visione politica”. Il governo italiano e la gerarchia della chiesa, eventualmente il Vaticano. Potenze asimmetriche. E in mezzo uno spazio tutt’al più presidiato da un personale politico che – al massimo – si sente rappresentante di un interesse, di una parte. O viceversa autonomo rispetto a quegli stessi interessi. “Invece io credo che il cattolicesimo politico sia stato importante quando si è voluto porre non come la rappresentanza del soggetto cattolico, ma come la presenza del cattolicesimo nella vicenda democratica in Italia”. Non è semplice, ma ha sottomano l’epistolario Sturzo-Salvemini. La citazione che ne cava è però da una lettera di Giuseppe Donati a Salvemini, in cui il giovane direttore del Popolo rivendica per se stesso la coesistenza pacifica di “credente e cittadino”, “due termini che non voglio scompagnare affatto, e che nella mia coscienza o si fanno uno solo o non sono”.

Intende dire che oggi quei due termini si sono scompagnati? “Le vicende recentissime danno conto di questo, così la chiesa sarà sempre più costretta a parlare ‘da potenza a potenza’. Ma la responsabilità di questa condizione non la imputo neanche per un millimetro alla chiesa. Bensì ai laici che non hanno saputo ricostruire né da una parte né dall’altra una presenza di politici cattolici”. E questo, nella sua visione, deriva dal fatto che “non si è voluto indagare sul perché sia finita la Dc. Molti si sono affrettati a rimuovere e basta; altri hanno anzi considerato la fine di quell’esperienza come un fatto liberatorio. Mi riferisco ai cattolici democratici come Scoppola che hanno salutato quel fatto come l’inizio di una nuova fase”. Ma tra i discepoli di Scoppola c’è anche Romano Prodi, l’inventore dell’Ulivo. “Sì, e il guaio è stato che l’unico leader che i cattolici abbiano avuto dopo la Dc ha preso proprio questa posizione”. Così oggi servirebbero cattolici-cittadini, e invece abbiamo politici che si accontentano di rappresentare una parte, e altri che si sono di fatto persi nella ricerca della propria autonomia.

Ma c’è anche chi quella storia continua a rivendicarla. “A Casini riconosco volentieri alcune cose, ad esempio il voto contrario al federalismo fiscale, mentre dai miei amici passati nel Pd si è avuta una benevola astensione. Ma quando sento Casini che si assume ‘il compito di difendere le radici cattoliche in Italia… De Gaulle direbbe ‘vaste programme’, tanto vasto da non essere cifrabile politicamente. A me, più che i valori che pretendi di rappresentare, interessa quello che riesci a fare. Quel che proponi sulla famiglia, la scuola. So benissimo che il mio è poco più che un rimpianto, e che il rimpianto non alimenta speranze. Ma continuo a ritenere che su queste cose occorrerebbe riflettere, perché se non hai consapevolezza del passato è impossibile poter elaborare una proposta per il presente e anche immaginare il futuro”. E’ per questo, dice come se acciuffasse un pensiero improvviso, “che non posso essere completamente disinteressato a quello che intendono diventare i miei amici entrati nel Pd. Li guardo con curiosità e non so cosa diventeranno. Del resto lo dicono loro che non lo sanno ancora… Ma spero che diventino qualcosa, prima o poi”.

Proviamo allora a guardarla dall’altra parte. In questi quindici anni abbiamo avuto una chiesa – “la chiesa di Ruini” si dice comunemente – che non ha avuto difficoltà, o riluttanza, a interpretare un ruolo diretto, di arbitro, nella politica, distribuendo consensi e in molti casi dettando l’agenda. In questi giorni, e anche prima del caso Boffo, il refrain più alla moda recita che quel periodo è concluso, che quel tipo di rapporto è destinato a un rapido superamento. Soprattutto, è il sottinteso, è entrato in crisi il rapporto tra cattolici e centrodestra. E’ davvero così? “Quanto al rapporto con Berlusconi, non è nelle mani dei politici stabilire se e quando finirà. Non è nella loro disponibilità, la chiave sta Oltretevere. Io non posso che riportare delle sensazioni. Mi pare che la vicenda scoppiata intorno all’Avvenire dia conto non dico di un epilogo, ma quantomeno dell’esigenza di un ripensamento”. Quanto invece al ruolo del cardinale Ruini nella vicenda politica italiana, ci tiene a precisare: “Se penso la mia esperienza del 1993-’94, non negherò mai la circostanza che il cardinal Ruini, allora presidente della Cei, ha sempre guardato con simpatia e interesse fino in fondo, fino alla conclusione drammatica, al tentativo del Ppi. Lo dico per spiegare che quanto è accaduto dopo, la linea che la Cei ha seguito, è stata determinata dai fatti, non dalla volontà di Ruini. Si è arrivati all’accettazione del pluralismo, c’è stato il ‘progetto culturale’ indicato come punto di riferimento per tutti. E’ stata una responsabilità dei laici. Anche se mi pare che oggi qualche riflessione verrà fatta anche in campo ecclesiastico. Il caso Boffo, se la mettiamo in termini di vittoria e sconfitta, è stata una sconfitta. E non mi pare rassicurante che la sconfitta sarà ripagata in altro modo: con la legge sul testamento biologico, eccetera. Mi rifiuterei di accettarlo. Inoltre, leggo che domenica il Papa ha invitato i cattolici a stare in politica, e mi pare non abbia detto ‘a rappresentare i nostri interessi’, ma a seguire il Vangelo. Se il Papa invita a creare qualcosa d’altro è perché forse oggi ci sono più detriti del vecchio che non semi del nuovo. Oggi, se mi posso permettere, mi sembra che quello che manca sia la voglia di dare inizio. Perché la Dc non è vero che ‘l’ha fatta Montini’ come oggi qualcuno vuol lasciare intendere. No, Montini incoraggiò, ma la Dc la fece De Gasperi. ”.

Secondo Martinazzoli, il problema del momento non è dunque limitato ad accorgimenti sui programmi, a ipotetiche scomposizioni e ricomposizioni degli schieramenti. Ci vorrebbe il coraggio e la pazienza di ripensare l’intero rapporto tra la chiesa e l’Italia, il cattolicesimo politico e la società, e il contributo che può venirne. Non a caso anche il tema del Concordato – del rapporto tra potenza e potenza, per usare le parole di Martinazzoli – sta tornando nel dibattito pubblico. C’è stata quest’estate la questione dell’ora di religione e i dubbi, anche tra i cattolici, circa il suo anacronismo concordatario. Ernesto Galli della Loggia ha messo a tema sul Corriere la legittimità del modello di “sovranità” che la chiesa italiana rivendica nel proprio ambito, aprendo la riflessione sui possibili modelli alternativi. “Ho sentito anche monsignor Fisichella dire che in America la chiesa non si sognerebbe mai di polemizzare in modo tanto aspro, ad esempio sull’immigrazione. Giusto. Ma dimentica che in America non c’è il Concordato. Noi viviamo in un contesto che è quello descritto dal Concordato, e secondo me con formule bellissime, dopo la riforma Craxi: chiesa e stato sono due ordini indipendenti e sovrani che collaborano ciascuno alla miglior sorte del bene comune del popolo italiano. Ma ecco, il bene comune non si realizza solo nei trattati. La specificità è questa idea di collaborare, ognuno nel suo ambito, al bene comune”. Altrimenti, ragiona Martinazzoli, la politica diventa puro lobbismo. E su questa strada si rischia anche un ritorno al laicismo, come reazione contrapposta a un’idea di politica cattolica intesa come pura rappresentanza d’interessi. “Io ad esempio un cattolico che si concede qualche riflessione sul tema scolastico. Concordo con quel che diceva Moro: ‘Pluralismo nella scuola, ma anche pluralismo della scuola. E sono molto attento ad esempio alle cose che dice il Patriarca di Venezia: ma quando sostiene che sul terreno della scuola lo stato deve limitarsi a offrire le risorse finanziarie, e poi ognuno fa come vuole, non sono d’accordo. La scuola è anche l’identità di un popolo nella storia. Sarei molto cauto, tanto più in un tempo come questo, a vedere come cosa di poco conto la scuola pubblica”.

E allora torniamo alla questione del Pd, a quei cattolici che rivendicano la loro collocazione proprio in termini di laicità e indipendenza rispetto agli “interessi” più clericali. Però si scopre che anche nel Pd sono alle prese con una fastidiosa questione morale, che ha aperto un dibattito interno sulle regole. Ne è sorpreso? “Non è una sorpresa, perché è fisiologico che possa accadere. Ma non c’è stata lungimiranza nel prevenire queste situazioni. Non è con le regole che le risolvi. In più, è questo stesso meccanismo elettorale che contribuisce a rendere più inclusivo il potere politico, aumentando le zone di opacità”. Quel che sorprende Martinazzoli è invece la mancanza di risposta: “Io credo che la politica stia nella storia, se si pretende di agganciarla alle biografie, al fatto che si è a posto con la morale perché la biografia lo testimonia, non funziona. Qui invece siamo sulle nuvole. Quando sento Franceschini dire che questo è il partito che sognava, a parte che per quel che ne so non è vero, ma non è la soluzione”.

C’è anche un altro aspetto che complica la vita ai cattolici del Pd: la questione bioetica. Rosy Bindi e Prodi furono mandati a casa sui Dico, ci fu una sorta di “ritiro della delega” da parte delle gerarchie e di molta parte dell’elettorato cattolico. Se vogliono tornare a governare, è chiaro che va ricucito questo strappo. Secondo Lei ce la possono fare? “Mi pare di capire che il senso della cosa sfoci in una contraddizione insuperabile”, affonda il bisturi Martinazzoli. “Oltretutto, è evidente che su questi temi la maggioranza dei cattolici si sente più rappresentata e garantita dall’altra parte. Detto ciò, mi pare vi sia un’ulteriore grave contraddizione, e lo dico senza voler apparire un antimoderno: il complesso di ‘poteri’ che sono determinanti in queste materie, la scienza e l’industria biomedica, sono oggettivamente più contigui e rappresentati dalla destra che non dalla sinistra. E’ una contraddizione, ma il problema è che la sinistra di oggi è diventata radicale, quale non era certo ai tempi del Pci”. Dunque le sembra che i cattolici del Pd siano dentro una contraddizione insanabile? “Sì, ma appunto non solo loro. Io stesso, su questi temi, sento di essere immerso in un fiume di controversie. Ad esempio sul biotestamento: se la legge è questa, allora sono d’accordo con le obiezioni di Fini. Perché ritengo e ho sempre ritenuto che la politica non debba occuparsi delle cose ultime. Al massimo, delle penultime. Non può pretendere di entrare a decidere fino in queste questioni. Come metodo, credo che la politica debba essere modesta, approssimarsi alle soluzioni. Diffido della biopolitica, anzi non dimenticherei che, siccome i totalitarismi non sono stati uguali, diversamente dal comunismo il nazismo è stato biopolitica: la terra, la razza”. Eppure, come lei stesso dice, su questi temi i cattolici si sentono più garantiti dalla linea espressa dall’attuale governo. “Appunto. Ma mi pare anche che quella parola d’ordine l’‘unità sui valori’ tenuta come bussola da Ruini si rivela anche qui troppo poco, troppo debole. Non basta a sorreggere una prospettiva complessiva”.

E si torna alla fine del ciclo, e all’ipotesi accarezzata da Rocco Buttiglione: dopo la “revoca di delega” al Pdl bisogna fare un partito nuovo, non democristiano ma “sturziano”. “Mi è un po’ difficile credere…”, si acciglia Martinazzoli. “Buttiglione l’aveva l’idea del partito sturziano, ma poi ha fatto altro. Prima hanno coltivato l’idea che si potesse trasformare Berlusconi nella nuova Dc. Adesso tornano a Sturzo. Ma non credo sia un processo che si può fare in fretta, che si possa buttare una cosa e passare all’incasso subito con un’altra. Io mi attengo a una frase di un grande sacerdote bresciano, Giulio Bevilacqua: ‘Le idee valgono per quello che costano, non per quello che rendono’. Tornare ipso facto a Sturzo, ancora una volta, è un ‘vaste programme’”.